C’è una cosa che mi capita di pensare ogni volta che mi trovo davanti a uno degli ossari della Prima guerra mondiale sulle nostre montagne. Salgo sul Monte Grappa, sull’Altopiano di Asiago, verso il Pasubio, e mi trovo davanti a questi luoghi enormi, costruiti per custodire la memoria di migliaia di ragazzi morti durante una guerra che oggi, a distanza di più di un secolo, facciamo quasi fatica a immaginare. E mentre guardo quei nomi, quelle pietre, quelle montagne che sono state un campo di battaglia, mi viene sempre una domanda molto semplice: perché in questi luoghi non c’è anche una bandiera della pace?
Non lo dico perché penso che la storia debba essere cancellata, modificata o raccontata in maniera diversa da come è realmente accaduta. Anzi, penso esattamente il contrario. Quei luoghi esistono perché abbiamo il dovere di ricordare quello che è successo e di farlo conoscere anche a chi, come le nuove generazioni, è nato in un’epoca in cui una guerra mondiale combattuta sulle montagne può sembrare qualcosa di lontanissimo dalla propria vita. Il problema, secondo me, è che ricordare non dovrebbe significare necessariamente celebrare.
Dietro le bandiere c’erano soprattutto ragazzi
Questa distinzione mi sembra importante soprattutto quando parliamo della Prima guerra mondiale, perché dietro alle grandi parole vuote come patria, confine, esercito e onore c’erano soprattutto persone. C’erano ragazzi che avevano vent’anni, che spesso non avevano mai visto il mondo oltre il proprio paese, e che si sono ritrovati dall’altra parte delle montagne a combattere contro altri ragazzi che avevano la stessa paura, la stessa nostalgia di casa e probabilmente lo stesso desiderio di tornare dalle proprie famiglie.
Quelle montagne oggi sono bellissime e silenziose, ma basta conoscere un po’ la loro storia per capire che quel silenzio non è sempre esistito. Sul Grappa, sul Pasubio e sull’Altopiano di Asiago si è combattuto, si è sofferto e si è morti in condizioni che per noi sono quasi impossibili da comprendere.
Ricordare non significa celebrare
Ed è proprio per questo che mi piacerebbe vedere, accanto ai simboli che ricordano quella storia, anche un simbolo che parli del futuro che vorremmo.
Una bandiera della pace.
Non al posto delle bandiere nazionali, non per cancellare i simboli militari e nemmeno per trasformare questi luoghi in qualcosa che non sono. Semplicemente accanto. Perché penso che oggi, dopo tutto quello che è successo nel Novecento e dopo tutte le guerre che continuano ancora adesso in diverse parti del mondo, un luogo dedicato ai morti di una guerra potrebbe avere anche il coraggio di dire chiaramente che quella guerra non deve più ripetersi.
Mario Rigoni Stern, che quelle montagne le ha raccontate per tutta la vita e che conosceva molto bene il rapporto tra la memoria della guerra e quella terra, ha scritto parole che trovo particolarmente adatte a questo ragionamento: «Pace, se lo dici e lo ripeti, magari poi si avvera».
Che cosa abbiamo imparato?
Forse è proprio questo che dovremmo fare nei luoghi della memoria: continuare a ripeterlo.
Perché una cosa che mi ha sempre colpito dei sacrari è che, entrando, ci troviamo davanti a un’enorme quantità di nomi, numeri e persone che non conosciamo: la stragrande maggioranza sotto i 20 anni. Sono migliaia di vite racchiuse dentro un luogo, ma spesso il visitatore arriva, guarda, legge qualche nome e poi riparte. Una bandiera della pace potrebbe invece aggiungere una domanda a quella memoria: che cosa abbiamo imparato da tutto questo?
È una domanda che secondo me vale la pena fare soprattutto ai bambini e ai ragazzi che visitano questi luoghi. Perché la memoria non serve soltanto a sapere che una cosa è successa, ma dovrebbe servire a capire perché non vogliamo che succeda di nuovo. Se accompagniamo un bambino davanti a un sacrario e gli raccontiamo soltanto chi combatteva contro chi, rischiamo di lasciargli una fotografia sbagliata dell’idea che dovrebbe avere del futuro. Se invece gli raccontiamo anche che quelle persone sono morte perché gli uomini avevano smesso di parlarsi e scelto la guerra, allora possiamo trasformare quella visita in qualcosa che riguarda anche il suo futuro.
Le montagne non hanno più confini
E forse la montagna, da questo punto di vista, potrebbe insegnarci qualcosa.
Oggi quelle stesse montagne che un tempo dividevano gli eserciti sono attraversate da persone provenienti da paesi diversi. Ci sono escursionisti italiani, austriaci, tedeschi, sloveni, francesi, famiglie, ciclisti, ragazzi che camminano lungo le vecchie strade militari senza più preoccuparsi di quale fosse il confine che un tempo passava da quelle parti. La montagna è rimasta, mentre i confini e le ragioni per cui gli uomini si sono combattuti sono cambiati.
E forse proprio questo dovrebbe essere il messaggio più forte che possiamo lasciare.
Un piccolo simbolo per un messaggio enorme
Dovremmo essere abbastanza maturi da guardare quella storia con gli occhi di chi non vuole più ripeterla: per questo mi piacerebbe che le amministrazioni locali, insieme alle istituzioni che si occupano della memoria della Prima guerra mondiale, iniziassero a ragionare sulla possibilità di mettere una bandiera della pace nei grandi ossari e nei sacrari delle nostre montagne. Sarebbe un gesto piccolo, ma grandissimo. Credo che proprio i simboli, quando sono messi nel posto giusto, possano avere un significato enorme.
Perché una bandiera della pace lassù, davanti alle montagne dove sono morti migliaia di ragazzi, sarebbe una bandiera per tutti quelli che oggi possono camminare su quelle stesse montagne senza dover combattere.
E forse sarebbe anche il modo più semplice per dire a chi arriva dopo di noi che ricordare una guerra non significa desiderarne un’altra, ma avere abbastanza memoria da non volerla più vedere.


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