Per anni, lasciare un piccolo paese di montagna per trasferirsi in città è sembrata una scelta quasi obbligata. In città c’erano il lavoro, i servizi e le opportunità. Nei borghi, invece, diminuivano gli abitanti, chiudevano le attività e soprattutto partivano i giovani.
Oggi, però, qualcosa è cambiato e per alcune professioni non è più necessario vivere vicino al proprio ufficio. Si può lavorare per un’azienda di Milano, Torino o Monaco di Baviera e scegliere di abitare in un piccolo paese delle Alpi.
Ma il lavoro da remoto può davvero contribuire a ripopolare questi territori?
Per provare a rispondere ho intervistato Samuel Lo Gioco, fondatore del primo magazine italiano dedicato allo smart working, che ho conosciuto nel 2023 durante una conferenza nella sede di Google a Milano. Il suo modo di guardare al lavoro e ai cambiamenti nei nostri stili di vita mi aveva colpito, così ho deciso di ricontattarlo.
La sua risposta parte da una precisazione importante:
«Lo smart working è un abilitatore, non la soluzione».
Il lavoro non deve più decidere dove vivere
Per Samuel, la vera novità non è semplicemente poter lavorare da casa.
È la possibilità, per la prima volta su larga scala, di separare il luogo in cui produciamo valore da quello in cui scegliamo di vivere.
Se il lavoro non ci obbliga più a stare in una grande città, allora anche un piccolo paese può tornare a essere una possibilità concreta.
Ma trasferire qualche lavoratore remoto non significa automaticamente ripopolare un borgo.
«Si ripopola quando quel lavoratore trova una comunità, servizi, opportunità e decide di costruirci una parte della propria vita».
È qui che la questione diventa più interessante: non si tratta soltanto di portare persone nei paesi, ma di creare le condizioni perché possano scegliere di restarci.
La montagna restituisce il tempo
Samuel ha pensato più volte di vivere in un borgo di montagna lavorando da remoto. Un’idea maturata anche durante il VanWorking Tour, che gli ha permesso di conoscere territori diversi viaggiando in camper.
«La montagna restituisce qualcosa che spesso perdiamo vivendo nelle grandi città: il tempo».
Cambiano i ritmi, il rapporto con la natura e anche il modo di vivere la giornata.
Una camminata può iniziare a pochi minuti da casa. Gli spostamenti possono ridursi. Il confine tra lavoro e tempo libero può essere ripensato.
«Ti accorgi che la produttività non dipende dal traffico o dall’ufficio, ma dalla qualità dell’attenzione che riesci a dedicare alle cose».
Naturalmente, la possibilità di lavorare da un borgo dipende anche da condizioni molto concrete: una connessione affidabile, servizi essenziali e la possibilità di mantenere relazioni professionali.
Non basta la fibra
Quando si parla di rendere attrattivi i piccoli paesi, la fibra ottica è spesso il primo elemento citato.
«La prima risposta sarebbe la fibra ottica, ma sarebbe troppo semplice», dice Samuel.
Perché una persona scelga di trasferirsi, servono anche una scuola, servizi sanitari, spazi di incontro, associazioni e occasioni per conoscere altre persone.
«Negli ultimi anni abbiamo parlato molto di infrastrutture digitali. Oggi credo sia arrivato il momento di parlare anche di infrastrutture sociali».
È un passaggio decisivo.
Un territorio può essere perfettamente collegato al resto del mondo e, allo stesso tempo, essere difficile da abitare per chi arriva da fuori.
«Le persone restano dove riescono a creare relazioni».
Per questo il futuro dei borghi non riguarda soltanto la tecnologia. Riguarda la capacità di costruire comunità aperte, vive e capaci di accogliere nuovi abitanti senza perdere la propria identità.
La bellezza fa arrivare. Le persone fanno restare.
Durante i suoi viaggi, Samuel ha incontrato diversi luoghi nei quali avrebbe potuto immaginare di fermarsi.
Alcuni lo hanno colpito per la qualità della vita, altri per la forza delle comunità locali, altri ancora per la capacità di innovare mantenendo intatta la propria identità.
«Il vero patrimonio non sono soltanto i paesaggi, ma le persone che li abitano».
È una differenza importante.
Un borgo può conquistarti durante una vacanza. Ma vivere lì è un’altra cosa e quando si decide di trasferirsi entrano in gioco la quotidianità, il lavoro, la famiglia e soprattutto la possibilità di costruire nuovi legami.
«Un luogo diventa casa quando senti di poter far parte della sua storia e non semplicemente attraversarla».
Perché lasciare la città?
Secondo Samuel, la risposta sta anche nel cambiamento delle aspettative.
Per molto tempo abbiamo associato il successo alla velocità, alla vicinanza con i grandi centri economici e alla possibilità di avere tutto a portata di mano.
Oggi alcune persone stanno cercando qualcosa di diverso: più tempo, un rapporto più diretto con la natura, relazioni più autentiche e un costo della vita più sostenibile.
«Non è una fuga dalla città. È la ricerca di un modo diverso di abitare il proprio tempo».
Non significa che tutti vogliano trasferirsi in montagna. Significa che, per chi lo desidera, il lavoro da remoto rende questa scelta più accessibile rispetto al passato.
Che cosa devono fare i territori?
Se il lavoro remoto apre una porta, qualcuno deve fare in modo che dall’altra parte ci sia un luogo in cui valga la pena vivere.
Secondo Samuel servono amministrazioni che investano, imprese che credano nei territori, coworking, mobilità, servizi pubblici e una visione condivisa.
Anche il recupero degli edifici inutilizzati può diventare un’occasione: spazi abbandonati potrebbero trasformarsi in coworking, laboratori o luoghi culturali.
Ma il punto non è creare semplicemente nuovi uffici.
«La bellezza è il motivo per arrivare. La qualità della vita è il motivo per restare».
È forse questa la sfida più grande per i borghi alpini: smettere di essere considerati soltanto luoghi da visitare e diventare luoghi nei quali costruire una vita.
Il paese di montagna del futuro
Come sarà, allora, il paese di montagna del futuro?
Samuel lo immagina come un luogo capace di unire tradizione e innovazione.
Un paese dove sia possibile partecipare a una riunione internazionale al mattino e uscire a camminare lungo un sentiero nel pomeriggio. Dove gli edifici inutilizzati possano diventare spazi di coworking, laboratori e luoghi culturali. Dove i giovani non siano costretti ad andarsene per costruire il proprio futuro.
«Per troppo tempo abbiamo considerato i piccoli paesi come luoghi da preservare. Io credo che dovremmo iniziare a considerarli luoghi in cui tornare a investire».
Non si tratta di trasformare ogni borgo in una destinazione per nomadi digitali.
Si tratta di utilizzare le nuove possibilità offerte dal lavoro per ripensare il rapporto tra persone e territori.
La tecnologia può rendere possibile il trasferimento. Ma sono le opportunità, i servizi e le relazioni a trasformare un trasferimento in una scelta di vita.
Forse, allora, la domanda non è soltanto come riportare persone nei borghi.
La domanda è: come costruire paesi in cui le persone abbiano davvero voglia di vivere?
Per Samuel, la risposta passa da una nuova idea di comunità.
Segui Samuel Lo Gioco«Il loro futuro non dipende dalla nostalgia, ma dalla capacità di immaginare una nuova idea di comunità».

